Oltre l’infrastruttura e il capitale: al Sud manca ancora chi ci deve vivere e lavorare
Un contributo tecnico dell’Osservatorio Economico AFORISMA al dibattito sul futuro del Mezzogiorno
Il dibattito pubblico sul futuro del Mezzogiorno dopo la fine del Pnrr, e la proposta di puntare su infrastrutture e capitali per rendere strutturale la crescita di questi anni, colgono un punto reale: senza infrastrutture, capitali e una politica industriale continuativa, la spinta di questi anni rischia di restare un episodio e non diventare sviluppo.
Ma i dati che l’Osservatorio Economico AFORISMA raccontano che il problema del Mezzogiorno, e della Puglia in particolare, non si esaurisce nell’equazione infrastrutture-più-capitali.
C’è un pezzo mancante nel discorso pubblico, ed è quello su cui un osservatorio indipendente ha il dovere di richiamare l’attenzione, sulla base dei propri dati: la tenuta demografica, la qualità del lavoro e la solidità dei redditi delle famiglie. Per metterlo a fuoco conviene allargare lo sguardo, partendo dal contesto europeo e restringendolo progressivamente fino alla scala pugliese.
Uno sguardo dall’Europa
Il primo dato che l’Osservatorio richiama, elaborando le statistiche Eurostat riprese nello Speciale Lavoro, riguarda la posizione dell’Italia nel confronto continentale. Nell’ultimo anno il tasso di occupazione italiano è salito di 0,3 punti, toccando il 62,5%: si tratta però del valore più basso di tutta l’Unione Europea, inferiore di 8,5 punti rispetto alla media comunitaria.
Anche sul fronte dell’imprenditorialità giovanile l’Italia occupa una posizione mediana: nel 2025 l’Unione Europea contava 2,06 milioni di imprenditori tra i 20 e i 29 anni, e l’Italia si collocava quindicesima tra gli Stati membri con il 7,9%, sostanzialmente in linea con la media europea. Agli estremi della classifica si trovano la Slovacchia (12,2%) e l’Irlanda (5,1%).
È un quadro che colloca il caso italiano — e a maggior ragione quello pugliese — dentro una difficoltà occupazionale che l’Europa nel suo complesso non ha ancora risolto, ma che nel nostro Paese assume un’intensità superiore alla media.
L’Italia: un Paese che invecchia e produce meno
Scendendo alla scala nazionale, l’analisi demografica dell’Osservatorio mostra un’Italia che ha ribaltato la propria piramide in poco più di quarant’anni: nel 1982 i minori erano 14,9 milioni e gli ultrasessantacinquenni 7 milioni; oggi i giovani sono scesi a 8,7 milioni e gli anziani saliti a 13,7 milioni, con proiezioni che indicano 223 anziani ogni 100 giovani nel 2040. Parallelamente la popolazione in età lavorativa si restringe: dai 39,6 milioni del 2014 ai 37,8 milioni del 2025. Lo squilibrio generazionale si legge anche nel mercato del lavoro: in un ventennio gli occupati tra i 15 e i 34 anni sono scesi da 7,3 a 5,2 milioni, mentre i lavoratori over 50 sono più che raddoppiati.
Sul piano occupazionale, tra il 2024 e il 2025 gli occupati italiani sono cresciuti di 97mila unità (+0,38%) e i disoccupati sono scesi di 88mila unità (-5,29%), ma il Pil è rimasto sostanzialmente fermo (+0,7% negli ultimi due anni): un segnale che l’aumento dell’occupazione non si traduce in crescita reale. La produttività per occupato è infatti calata del 2,5% nel 2023 e dello 0,9% nel 2024, e quella per ora lavorata dell’1,2% e dell’1,4% negli stessi anni. Sul fronte dei redditi, il reddito medio per contribuente italiano è di 25.125 euro (25.816 euro per dichiarazione di reddito complessivo), con il 34,2% dei contribuenti sotto i 15mila euro annui e il 6,1% sopra i 55mila.
Anche sul fronte imprenditoriale il quadro nazionale è sbilanciato: la crescita delle imprese italiane (+32.709 unità, +0,56%) è trainata da costruzioni (+5.369, +0,67%) e servizi, mentre la manifattura arranca (+483 unità, +0,10%) e l’artigianato manifatturiero registra un saldo negativo (-289 unità).
Il Mezzogiorno: la crescita c’è, ma resta fragile
Restringendo lo sguardo al Mezzogiorno, i redditi restano più bassi della media nazionale ma relativamente più solidi di quelli pugliesi: il reddito medio per contribuente è di 20.239 euro (20.855 euro per dichiarazione), con il 44,9% dei contribuenti sotto i 15mila euro e il 3,6% sopra i 55mila.
Sul lavoro, il Mezzogiorno mostra nel 2025 un miglioramento: gli occupati crescono da 7.314mila a 7.348mila unità (+0,46%) e i disoccupati calano da 867mila a 813mila (-6,23%).
Anche le imprese dell’area Sud e Isole crescono più della media, con un saldo di 11.129 unità e un tasso del +0,56%, in accelerazione rispetto al +0,53% dello stesso trimestre 2025.
La Puglia: demografia, lavoro e redditi allo specchio
È arrivati alla scala pugliese che i dati dell’Osservatorio mostrano come la regione si stacchi, in negativo, proprio dall’andamento del Mezzogiorno di cui fa parte.
Demografia.
Tra il 1982 e il 2023 la quota di minori pugliesi sul totale dei residenti è scesa dal 32,5% al 15,3%, con una proiezione tendenziale al 10,1% nel 2038; nello stesso periodo la quota di anziani è salita dal 9,9% al 22,5%, con proiezione al 28,0% nel 2038: in quarant’anni, in sostanza, i minori si sono dimezzati mentre gli anziani sono più che raddoppiati.
Su una popolazione regionale di 3.874.166 residenti, l’Osservatorio rileva oggi 905.386 persone in età anziana (23,4%) a fronte di 571.560 minori (14,8%), mentre la popolazione in età lavorativa scende al 64,2% del totale.
Il dato più recente sulla provincia di Lecce è ancora più diretto: tra il 2019 e il 2025 i residenti sono passati da 786.408 a 763.778, con una perdita di 22.630 abitanti — come se in sei anni fosse scomparsa una città delle dimensioni di Copertino. Il territorio si sta inoltre spaccando in due velocità: crescono i comuni della fascia costiera e dei poli urbani (Lecce +789 abitanti, Cavallino +439, Porto Cesareo +210), mentre arretrano vistosamente i centri di media grandezza dell’entroterra (Gallipoli -1.487, Galatina -1.133, Maglie -771).
Anche il contributo firmato per lo Speciale Lavoro da Ada Chirizzi, Segretaria Generale della Cisl di Lecce, richiama tra le questioni aperte per il territorio “inverno demografico, abbandono del territorio, calo della forza lavoro”.
Inversione della piramide demografica in Puglia 1982-2038

Figura 1 — In Puglia la quota di anziani ha superato quella dei minori: nel 1982 i minori erano il 32,5% dei residenti e gli anziani il 9,9%, nel 2023 le quote si sono quasi invertite e la proiezione al 2038 mostra un ulteriore aggravamento. Fonte: Elaborazione Osservatorio Economico AFORISMA su dati Istat.
Divario provinciale 2023: quota di anziani e minori per provincia pugliese

Figura 2 — Lecce è la provincia pugliese con la quota di anziani più alta (25,1%) e quella di minori più bassa (14,0%): un segnale di invecchiamento più marcato rispetto al resto della regione. Fonte: Elaborazione Osservatorio Economico AFORISMA su dati Istat.
Comuni della provincia di Lecce in crescita e in calo demografico 2019-2025

Figura 3 — Tra il 2019 e il 2025 la provincia di Lecce ha perso 22.630 abitanti: crescono i comuni della fascia costiera e i poli urbani, calano vistosamente i centri medi dell’entroterra. Fonte: Elaborazione Osservatorio Economico AFORISMA su dati Istat, bilancio demografico comunale.
Redditi.
Il reddito medio per contribuente pugliese è di 19.936 euro, sotto i 20.239 euro del Mezzogiorno e ben distante dai 25.125 euro nazionali; il reddito medio per dichiarazione di reddito complessivo sale a 20.468 euro, contro i 25.816 euro italiani. Il 45,2% dei contribuenti pugliesi dichiara fino a 15mila euro l’anno (contro il 44,9% del Mezzogiorno e il 34,2% dell’Italia), mentre solo il 3,4% supera i 55mila euro. Il dato più legato al lavoro è ancora più severo: il reddito medio da lavoro dipendente in Puglia è di 19.417 euro, contro i 24.251 euro nazionali, e risulta sostanzialmente allineato al reddito medio da pensione (19.425 euro) — un segnale diretto di bassa intensità reddituale del lavoro, soprattutto nei segmenti meno qualificati o meno stabili. All’interno della regione le distanze restano ampie: Bari è l’area più solida (21.732 euro), seguita da Taranto (20.304 euro) e Brindisi (19.380 euro); più fragili Lecce (19.142 euro), Foggia (18.258 euro) e la BAT (18.183 euro),
Lavoro.
Tra il 2024 e il 2025 gli occupati pugliesi sono aumentati di 8mila unità (da 1.437.000 a 1.445.000, +0,56%), ma — in controtendenza rispetto al resto del Mezzogiorno, dove i disoccupati sono diminuiti — in Puglia sono cresciuti di 12mila unità (da 133mila a 145mila, +9%): il tasso di disoccupazione regionale è salito dal 9,5% al 10,3%, contro il 6,3% nazionale. Il segnale più preoccupante riguarda la qualità dei nuovi rapporti di lavoro: le assunzioni complessive sono scese da 497.517 a 384.588 (-23%), quelle a tempo indeterminato da 62.162 a 45.974 (-26%) e quelle a termine da 272.120 a 202.589 (-26%). Nello stesso periodo la cassa integrazione è aumentata del 140% (2 milioni di ore nel 2024) e la Naspi del 6%, mentre nella provincia di Lecce il tasso di inattività tra i 15 e i 64 anni resta intorno al 40%.
Imprese e infrastrutture.
Anche sul fronte imprenditoriale la Puglia rallenta rispetto al resto del Mezzogiorno: le imprese crescono di 2.240 unità (+0,60%), ma il ritmo scende rispetto allo stesso trimestre del 2025 (+0,67%), e ancora di più nell’artigianato, dove il tasso crolla dallo 0,54% allo 0,32%.
Sul fronte energetico, i dati Terna raccolti dall’Osservatorio mostrano inoltre che il problema pugliese non è solo la scarsità di investimenti, ma la loro attuazione: la regione è seconda in Italia, dopo la Sicilia, per pratiche di connessione alla rete elettrica in attesa di sblocco — 71 pratiche per 3,05 gigawatt di rinnovabili già pronte ma non ancora connesse.
Andamento del tasso di crescita delle imprese in Italia 2017-2026

Figura 4 — Il tasso di crescita delle imprese italiane nel II trimestre torna sopra la media del decennio, ma quello delle imprese artigiane resta strutturalmente più debole dal 2023 in avanti. Fonte: Elaborazione Osservatorio Economico AFORISMA su dati InfoCamere — Movimprese.
Confronto del tasso di crescita delle imprese tra Puglia e macro-aree, 2025 e 2026

Figura 5 — Nel II trimestre 2026 la Puglia è l’unica area in cui il tasso di crescita delle imprese frena rispetto all’anno precedente, mentre tutte le altre macro-aree accelerano o restano stabili. Fonte: Elaborazione Osservatorio Economico AFORISMA su dati InfoCamere — Movimprese.
Una proposta istituzionale
Il quadro che emerge, letto dall’Europa fino alla scala pugliese, suggerisce che una politica industriale per il Mezzogiorno sia incompleta se non affianca a infrastrutture e capitali tre priorità altrettanto concrete:
- un piano contro lo spopolamento dell’entroterra e per l’attrattività dei giovani, a partire dai comuni salentini che perdono abitanti ogni anno;
- il rilancio mirato della manifattura, oggi il comparto più debole del sistema produttivo pugliese, insieme allo sblocco delle infrastrutture energetiche già pronte ma ferme nelle procedure autorizzative;
- un consolidamento reale del lavoro — meno precarietà, redditi da lavoro più solidi, minore ricorso strutturale ad ammortizzatori sociali — capace di allargare una classe media oggi più esile che nella media nazionale e in controtendenza rispetto al resto del Mezzogiorno.