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Intervista a Emanuele Bevilacqua

Il 24 ottobre di quest’anno i ragazzi dei Master B.R.A.I.N. ed Executive di AFORISMA School of Future hanno avuto la possibilità di partecipare a un Think Tank con il Prof. Emanuele Bevilacqua. 

In tale occasione si è potuto spaziare in maniera orizzontale tra tutti gli argomenti e i piani che vengono analizzati nella sua ultima opera intitolata: “Attenzione e potere”. Al termine di questo incontro si è presentata la possibilità, di intervistare brevemente il Professore, con il quale ci siamo confrontati sia sulla sua storia personale, che sul presente e il futuro dei media.

Bevilacqua, ringraziandola della sua disponibilità, avrei piacere a cominciare quest’intervista proprio partendo dai Suoi inizi, chiedendole da cosa sia scaturito l’interesse verso i media, il giornalismo e la comunicazione in genere.

E.Bevilacqua: Spesso alle passioni non si comanda. I media e la comunicazione hanno rappresentato per me un interesse forte sin da piccolissimo. Poi, ho avuto la fortuna di viaggiare molto, anche prima di scegliere cosa fare nella vita, e questo mi ha aiutato a vedere altre realtà. Il mio interesse è sempre stato molto forte nei confronti della radio, uno strumento che ho amato molto e, ovviamente, dei giornali. Mi ha sempre incuriosito progettare le cose, più che occuparmi solo dei contenuti che rimangono importantissimi. Un'altra cosa importante è quella che io identifico con il termine di cura, la cura editoriale è importantissima. Valentino Bompiani nella sua biografia spiega che ciò che fa l'editore, non è scrivere libri, non è stampare libri, non è distribuire libri e nemmeno venderli. Con ciò vuole proprio evidenziare l'idea di cura intorno al libro, la cura che serve nella comunicazione dei media in generale, che molto spesso viene tralasciata. Anche se rimane molto divertente progettare nuove cose.
 

D. Mi aggancio a quanto da Lei detto per chiederle, visto che è stato uno dei padri fondatori dell'Internazionale, che cosa l'ha spinta a pensare: “C'è bisogno di creare questa cosa in Italia? Facciamola!”?
 

E.Bevilacqua: La storia di Internazionale è molto strana e molto particolare perché in realtà io ho, come è capitato altre volte, incontrato dei ragazzi che avevano un progetto che non riuscivano a far funzionare, mi sono coinvolto ragionando insieme a loro. A partire proprio dai contenuti ci siamo domandati che cosa potesse essere interessante. Non solo, ci siamo occupati anche di tutto il resto, la veste grafica, l’appealing delle foto e del tipo di carta, il prezzo e quant’altro. In quel contenitore che qui stiamo definendo “tutto il resto” vi era anche il fatto di decidere di rivolgersi a un pubblico molto giovane, che in editoria è sempre rischiosissimo. C'era in quel momento, trent'anni fa, bisogno di un giornale per un pubblico giovane. Abbiamo intercettato fin da subito, trenta-trentacinquenni e, pian piano col passare del tempo, questa età media è scesa. Questo è molto molto bello.
 

D. Cambiando fronte, volevo porle una domanda più spinosa: come vede il futuro dell'editoria, in particolare, per ciò che concerne il rapporto con gli stakeholders? Tenendo presente che alcune aziende del mondo dell’editoria hanno difficoltà a generare utili che possano garantire la loro sopravvivenza, rischiano di essere gestite da persone fisiche o giuridiche che le tengono in vita per interessi terzi. Ciò può rappresentare un pericolo veramente serio per l'informazione e di conseguenza per la democrazia che si nutre di un'informazione libera e indipendente, fatta con spirito critico e indipendenza intellettuale. 
 

E.Bevilacqua: Ha centrato una questione molto delicata, in alcuni paesi più che in altri. Purtroppo, in Italia questo tema è molto forte perché naturalmente l’essere deboli dal punto di vista economico e finanziario significa indebolirsi, diventando più ricattabili. Possiamo usare questo termine nei confronti dei contenuti che vengono prodotti? Questo circolo vizioso è stato sempre presente in realtà nell’editoria, vi sono romanzi meravigliosi che affrontano temi di questo genere. Però adesso con la riduzione delle copie vendute, e soprattutto con la riduzione degli investimenti pubblicitari che si spostano altrove, effettivamente il modello economico dei giornali è sempre più fortemente in crisi. Nel caso italiano molto dipende anche da sovvenzioni pubbliche e quindi da chi governa in quel momento. Molto dipende anche da interessi terzi. Gli inserzionisti, insomma, non si accontentano semplicemente di comprare delle pagine di pubblicità, vogliono essere diluiti dentro i contenuti. E c'è questa nuova formula che ovviamente allontana il lettore, poiché il fruitore capisce se un articolo in qualche modo fa gli interessi di qualcuno e in che modo. Non parliamo poi di quando è addirittura la proprietà di un giornale che ha questa capacità di influenzare. Non c'è nemmeno bisogno di immaginare negoziazioni, cioè, c'è una forma di protezione che un tempo si chiamava autocensura, adesso si chiama prudenza e che porta a questo. Se vogliamo cercare un pò di ottimismo in tutto questo, si può pensare che ciò possa lasciare grandissimo spazio ad altri affinché conquistino questi spazi che, inevitabilmente, vengono lasciati liberi. Non è solo l'economia che determina il rapporto che c'è fra fiducia e futuro, ma anche l'informazione. Infatti, se non c'è fiducia il pubblico si allontana, e più si allontana più questi giornali, questi media tendono a finire in questo circolo vizioso. In genere questo purtroppo succede con tutti i mezzi, anche la televisione, che tende ovviamente a perdere potere, visibilità e pubblico. Viviamo in una società di vasi comunicanti, ciò crea spazio per altri. C'è qualcuno che ha voglia di provare e vedere che cosa si può fare. Il bello delle società libere è proprio questo, c'è spazio per provare ed è sempre più difficile, ma sempre più possibile farlo.
 

D. Lei ha citato la situazione dell’Italia, che è un paese che si è posizionato molto in basso nella classifica della libertà di stampa, e negli ultimi anni la situazione non sembra affatto migliorare. Come vede il futuro dell'informazione italiana? Per articolare la domanda vorrei ricordare Pasolini, il quale asseriva che la televisione fosse un mezzo fascista, non perché lo volesse essere, ma perché nella televisione vi è qualcuno su un palco (come fosse un piedistallo) e qualcuno che è al di là dello schermo e fruisce passivamente, senza mai poter esser posto allo stesso piano degli altri interlocutori. Lei durante il Think Tank, ci ha raccontato di come siano caduti questi canali intermedi, che veicolano l’informazione, che ora è sempre più diretta, con differenze sempre meno sostanziali tra autori e pubblico. Eppure, anche grazie alle filtered bubble, alle bolle che si creano attraverso gli algoritmi sembra che in questo processo di avvicinamento agli ascoltatori, si sia, però, persa l'intermediazione di una figura critica, come, ad esempio, di un giornalista, che in qualche modo evita che l’informazione prenda una deriva pseudo-propagandistica e che determinati canali informativi (compresi i social network) divenissero delle tribune politiche senza contradditorio. 
 

E.Bevilacqua: Questo non è un fenomeno solo italiano, accade un po' in tutto il mondo. È chiaro che minore è la preparazione, minore è la libertà dei media, che comporta, ovviamente, una forma di chiusura della libertà. Ecco perché dicevo che quei pochi che lavorano bene da questo punto di vista e che sono ancora forti vanno protetti e difesi, ma non con lo spirito di Alamo, cioè: “siamo in un fortino, prima o poi qualcuno entrerà dentro” ma con lo spirito di pensare che possiamo anche consentire ad altri di fare questo. Aprirsi sempre di più a una nuova forma di giornalismo. Io penso che le nuove generazioni possano dare molto da questo punto di vista in termini di creatività e anche di professionalità. I vecchi meccanismi sono tutti saltati. Io, per gioco, ogni volta che parlo con un giornalista dico sempre (e premetto che io ho una tessera da giornalista professionista, quindi, per questo, forse, posso permettermi di rimproverare qualche collega o perlomeno di dialogare in questo modo) che, se domani mattina mi chiamassero dicendo: “Emanuele, fai un giornale”, io non assumerei giornalisti, ma assumerei solo curator di case editrici, e creativi di ogni genere, perché c'è bisogno di novità. Non perché i giornalisti siano meno bravi, per carità, alcuni sono eccellenti, molti sono straordinariamente bravi e difendono la libertà di stampa. C'è bisogno, però, di una ventata di aria fresca. Quindi, ecco, perlomeno farei in modo che i giornalisti non siano in maggioranza, e che si pensi in maniera diversa, nuova. Ci sono tanti modi di fare informazione e comunicazione e vanno sperimentati, perché questo è un momento in cui ne abbiamo un gran bisogno.