Abbiamo deciso di dedicare questo numero di inizio 2026 ad un singolo settore, quello agricolo, con una pubblicazione a metà tra il focus e il quaderno classico.
Questo perché l’agricoltura pugliese continua a rappresentare uno dei pilastri strategici dell’economia e dell’identità della regione, non solo per il contributo diretto a valore aggiunto e occupazione, ma anche per il suo ruolo di presidio del territorio, delle comunità locali e del paesaggio rurale.
È un settore che intreccia dimensione produttiva, sociale e ambientale, e che quindi incide in modo decisivo sulla qualità dello sviluppo regionale nel medio-lungo periodo.
Negli ultimi anni questo comparto è stato attraversato da una serie di shock che ne hanno accelerato la trasformazione: dalla pandemia, superata con una tenuta migliore rispetto ad altri settori, all’impennata dei costi dei fattori produttivi (energia, fertilizzanti, manodopera), fino agli effetti ormai strutturali dei cambiamenti climatici e delle fitopatie, prima fra tutte la Xylella fastidiosa in Salento.
In parallelo, si è intensificata la pressione competitiva sui mercati, con margini sempre più compressi a valle della filiera e una crescente esposizione alle oscillazioni
dei prezzi internazionali.
Il quadro che ne risulta è complesso e segnato da luci e ombre.
Da un lato, si osservano processi di innovazione tecnologica, meccanizzazione avanzata, agricoltura di precisione, diffusione di pratiche più sostenibili e capacità di presidiare mercati esteri con produzioni di qualità: sono segnali di una agricoltura moderna, lontana dall’immagine stereotipata di settore «arretrato».
Dall’altro lato, persistono fragilità strutturali: aziende mediamente sottodimensionate, difficoltà di capitalizzazione, accesso non sempre agevole al credito e ai servizi specialistici, forte dipendenza dal potere contrattuale della logistica e della grande distribuzione organizzata.
Questi processi non avanzano in modo uniforme.
Alcuni territori e alcune filiere sono riusciti a innovare rapidamente, aggregare produttori, investire in infrastrutture e internazionalizzazione; altri faticano a tenere il passo, con il rischio di ampliare divari interni, sia in termini di redditività delle imprese sia di qualità del lavoro. La stessa introduzione di nuove tecnologie «in campo» procede a macchia di leopardo, lasciando indietro una parte del tessuto produttivo meno strutturato.
In questo contesto, il tema dell’organizzazione di filiera assume una valenza decisiva.
La capacità di fare sistema – tra agricoltori, trasformatori, cooperative, consorzi, operatori logistici e distributori – diventa la leva principale per riequilibrare i rapporti di forza sul mercato, ridurre le asimmetrie informative, valorizzare l’origine e la qualità delle produzioni pugliesi.
L’aggregazione tra imprese, la condivisione di servizi comuni e la costruzione di strategie commerciali integrate non sono più solo un’opportunità, ma una condizione necessaria per trasformare il potenziale dell’agricoltura regionale in sviluppo sostenibile, stabilità occupazionale e maggiore capacità di investimento lungo tutta la filiera.
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